Tutte le facce della responsabilità del medico

A cura di Francesco Cerulli e Francesca Menegatti.

Responsabilità amministrativa, mancata osservazione delle linee guida, colpa lieve, diritto al consenso informato, responsabilità negli interventi di routine e omissione di atti di ufficio, ecco di cosa parleremo oggi.

Nel caso della responsabilità amministrativa per danno sanitario va dimostrata la colpa grave del convenuto nel caso specifico, e pertanto vanno indicati gli elementi di prova in base ai quali, sul caso concreto, l’accusa ritiene che vi sia stata violazione delle buone pratiche mediche. Non appare corretto ritenere che l’esistenza di particolari linee guida che si pongono, in astratto, in contrasto con la condotta del medico nel fatto che ha determinato una lesione al paziente sia di per sé sufficiente a dimostrare che la condotta del sanitario è stata sicuramente connotata da colpa grave. Deve essere infatti evidenziato che il concetto di colpa grave si differenzia tra l’ambito penalistico (dove per l’esimente in parola viene in rilievo la sola imperizia, non estendendosi anche ad errori diagnostici per negligenza o imprudenza) e l’ambito giuscontabile (dove la colpa grave del medico sussiste per errori non scusabili per la loro grossolanità o l’assenza delle cognizioni fondamentali attinenti alla professione o il difetto di un minimo di perizia tecnica e ogni altra imprudenza che dimostri superficialità), con ciò introducendo una valutazione ad ampio spettro dell’elemento soggettivo nella responsabilità medica sul piano erariale. (Corte dei Conti Sez. Giur. Emilia Romagna, Sntenza n. 49/16)

Secondo il settore penale della Corte di Cassazione la limitazione di responsabilità in caso di colpa lieve, può operare, per le condotte professionali conformi alle linee guida ed alle buone pratiche, anche in caso di errori che siano connotati da profili di colpa generica diversi dall’imperizia. (Cassazione Penale, Sentenza n. 23283/16)

Nel rispetto del diritto del paziente al consenso informato, il medico ha il dovere di informare il paziente in ordine alla natura dell’intervento, alla portata dei possibili e probabili risultati conseguibili nonché delle implicazioni verificabili. L’acquisizione da parte del medico del consenso informato costituisce prestazione altra e diversa da quella dell’intervento medico richiestogli, assumendo autonoma rilevanza ai fini dell’eventuale responsabilità risarcitoria in caso di mancata prestazione da parte del paziente. Va al riguardo ulteriormente posto in rilievo come il medico venga in effetti meno all’obbligo di fornire un valido ed esaustivo consenso informato al paziente non solo quando omette del tutto di riferirgli della natura della cura cui dovrà sottoporsi, dei relativi rischi e delle possibilità di successo, ma anche quando acquisisca il consenso dal paziente con modalità improprie. (Cassazione Civile, Sentenza n. 8035/16)

La Corte di Cassazione ha affermato che in caso di prestazione professionale medico-chirurgica di routine, spetta al professionista superare la presunzione che le complicanze siano state determinate da omessa o insufficiente diligenza professionale o da imperizia, dimostrando che siano state, invece, prodotte da un evento imprevisto ed imprevedibile secondo la diligenza qualificata in base alle conoscenze tecnico-scientifiche del momento.

Si sottolinea inoltre il fatto che il ritardo nella consegna della relazione di consulenza tecnica integra il reato di omissione degli atti di ufficio. (Cassazione Penale, Sentenza n. 26589/15)

La Corte stessa si è pronunciata anche in merito alle responsabilità dell’infermiere circa la somministrazione della terapia e quindi ai contatti che intercorrono tra infermiere e medico. Nella sentenza in questione si legge che “nel provvedere alla somministrazione farmacologica, l’infermiere, lungi dall’esaurire il proprio apporto nella mera esecuzione materiale della terapia prescritta, proprio perché in possesso di professionalità e competenze specifiche, non può esimersi, ove si presti il caso, dalla opportuna interlocuzione con lo stesso medico, al fine di ricevere conferma della correttezza della prescrizione”. (Cassazione Civile, Sentenza n. 7106/16)